Miei libri 

e articoli

Home           

Chi sono            

Formazione

  Consulenza HR                    

Blog        

Contatti   

Catalogo   

logo

linkedin
instagram

Congedi parentali: cosa serve davvero?

10-04-2026 12:52

ADELE MAPELLI

Diversity Equity Inclusion, Genitorialità,

Congedi parentali: cosa serve davvero?

Non basta una policy: il vero nodo del congedo parentale per i padri è la cultura aziendale.

Negli ultimi anni sempre più aziende stanno introducendo o migliorando le proprie policy di congedo parentale per i padri. Un segnale positivo di modernità, inclusione e attenzione al benessere delle persone.

Eppure, nella pratica, qualcosa continua a non funzionare del tutto.

Perché avere una policy non significa automaticamente che quella policy venga utilizzata. E soprattutto non significa che venga vissuta senza conseguenze sociali o professionali.

 

Il divario tra ciò che è scritto e ciò che è possibile

Sulla carta, molte organizzazioni oggi prevedono congedi parentali anche per i padri, talvolta anche molto più generosi rispetto al passato. Ma tra il “diritto formale” e il “diritto reale” esiste spesso un divario sottile ma potente: la cultura aziendale.

È lì che si decide tutto.

Un padre può anche avere la possibilità di prendere un congedo, ma se il messaggio implicito è che “non è il momento giusto”, che “il team ha bisogno di te”, o che “non è così che si dimostra ingaggio”, quella possibilità diventa improvvisamente più fragile.

Se chi ricopre un ruolo manageriale anche senza volerlo, mostra sorpresa quando un padre decide di prendersi il congedo, quel gesto comunica più di qualsiasi policy HR.

Se chi rientra viene percepito come meno “affidabile” o meno “disponibile”, il messaggio è ancora più chiaro: quella scelta ha un costo.

E così, anche in presenza di diritti formali, molti padri finiscono per ridurre o evitare il congedo, o per viverlo con senso di colpa.

 

Il problema non è individuale, è sistemico

Spesso la narrazione si sposta sul piano individuale: “i padri non lo chiedono”, “non sono pronti”, “preferiscono lavorare”, “le mamme vogliono occuparsi dei propri figli e non delegano la cura”.

Ma questa lettura ignora un punto fondamentale: le persone si comportano anche in base a ciò che il contesto rende socialmente accettabile.

Se in un’organizzazione nessuno prende davvero un congedo lungo, diventa difficile essere i primi.
Se chi lo fa viene implicitamente penalizzato, la scelta non è più libera.

Il risultato è un sistema che si autoalimenta, indipendentemente dalle buone intenzioni iniziali.

 

Perché la cultura aziendale è la vera leva del cambiamento

Cambiare le policy è un passo utile, ma non sufficiente perchè lo snodo più importante è cambiare la cultura aziendale.

Una cultura “sana" sul tema della genitorialità si riconosce da alcuni elementi concreti:

  • il congedo parentale è normalizzato, non eccezionale
  • il management lo utilizza o lo supporta apertamente
  • il rientro non comporta perdita di visibilità o opportunità
  • non esiste una distinzione implicita tra “genitori coinvolti” e “persone professionalmente serie”.

Quando questi elementi sono presenti, le policy diventano finalmente reali.

 

Dal “diritto” alla “libertà reale”

Il punto quindi non è solo garantire un diritto. È garantire la libertà di usarlo senza costi nascosti.

Perché una policy sul congedo parentale per i padri ha senso solo se diventa parte di un sistema in cui prendersi cura dei figli non è visto come un’interruzione della carriera, ma come una parte normale della vita adulta.

Finché questo non accade, le policy rischiano di restare strumenti ben scritti ma poco vissuti.

 

Copyright © 2025 Adele Mapelli

Privacy Policy

Cookie Policy

Privacy Policy