Miei libri 

e articoli

Home           

Chi sono            

Formazione

  Consulenza HR                    

Blog        

Contatti   

Catalogo   

logo

linkedin
instagram

Una vasca insegna a ripensare il lavoro

17-02-2026 10:50

ADELE MAPELLI

Diversity Equity Inclusion, Leadership, Innovazione,

Una vasca insegna a ripensare il lavoro

La sfida è leggere i vincoli non come fastidi da gestire, bensì come leve di innovazione

Ho appena letto l’articolo “How Designing with Disability in Mind Sparks Innovation”, pubblicato su Harvard Business Review, e come spesso mi capita, mi ha aperto una riflessione. È uno di quegli articoli che parte da un caso apparentemente tecnico e circoscritto, ma che finisce per offrire una chiave di lettura molto più ampia su come funzionano le organizzazioni e su dove nasca davvero l’innovazione.


La storia raccontata dagli autori è semplice solo in apparenza. Nel 2003 un distributore americano vede una vasca da bagno con una porta laterale prodotta da Safety Tubs e la sua prima reazione è ridere: una vasca con la porta sembra un oggetto destinato ad una nicchia ristretta di anziani fragili con difficoltà motorie, qualcosa di lontano dal mercato “vero”, quello numericamente interessante. Eppure, nel giro di pochi anni, quella stessa idea si trasforma in un mercato multimilionario, perché a comprarla non sono soltanto persone con mobilità ridotta, ma anche sportivi in cerca di recupero muscolare, persone con dolori articolari, consumatori e consumatrici attenti al benessere e all’esperienza domestica. Il prodotto viene acquisito da American Standard e successivamente dal gruppo LIXIL, a dimostrazione del fatto che quella che sembrava un’intuizione marginale era in realtà un’innovazione con un potenziale molto più ampio.
Ciò che è accaduto non riguarda semplicemente una vasca da bagno, ma un cambio di paradigma: qualcuno ha smesso di progettare per l’“utente medio” e ha iniziato a progettare per chi viveva un vincolo estremo, scoprendo che una soluzione pensata per poche persone poteva rivelarsi migliore per molte. Gli autori chiamano questo processo “design amplification”, ossia la scelta di partire da una limitazione permanente, affrontarla in modo radicale e poi osservare come ciò che funziona per chi ha più vincoli finisca per generare valore anche per tutte le altre persone.

 

Dalla tutela all’innovazione organizzativa
Fin qui potremmo considerarla una riflessione sul design di prodotto, ma la lettura mi ha portato altrove. Anche nelle aziende, infatti, molte iniziative di inclusione nascono come forme di tutela: policy per genitori, flessibilità per caregiver, adattamenti per persone con disabilità, programmi dedicati a gruppi sottorappresentati. Spesso vengono percepite come concessioni, come deviazioni temporanee rispetto ad un modello organizzativo considerato neutro e standard, quando in realtà quel modello è semplicemente costruito intorno a chi ha (forse) meno vincoli.
E se invece queste iniziative fossero veri e propri laboratori di innovazione organizzativa? Quando si progetta una policy per chi ha meno margine di manovra, si è costretti a mettere in discussione le assunzioni implicite su cui si regge il sistema: serve davvero la presenza fisica o serve la qualità del risultato, conta il numero di ore o l’impatto che è stato prodotto, la comunicazione è davvero chiara o funziona soltanto per chi condivide lo stesso codice culturale e lo stesso contesto? Progettare per categorie svantaggiate è scomodo perché incrina l’idea di normalità, ma è proprio in quella frizione che emergono le inefficienze invisibili e le rigidità che diamo troppo spesso per scontate.
La flessibilità, ad esempio, nasce spesso per rispondere a esigenze familiari specifiche, ma quando diventa una scelta strutturale costringe l’organizzazione a cambiare il modo in cui misura la performance, spostando l’attenzione dall’orario alla responsabilità e imponendo a chi ha ruoli manageriali di chiarire obiettivi, priorità e criteri di valutazione; a quel punto non si tratta più di fare un favore a qualcuno, bensì di compiere un salto di maturità del sistema nel suo complesso. Lo stesso ragionamento può essere esteso allo smart working, alla comunicazione inclusiva, alla semplificazione dei processi: ciò che inizialmente appare come un “accomodamento” può rivelarsi un miglioramento strutturale, capace di rendere l’organizzazione più solida e meno dipendente da condizioni ideali.

 

Da eccezione a standard
Il nodo centrale, tuttavia, è culturale. Finché raccontiamo queste scelte come “misure per chi ha bisogno”, resteranno periferiche e saranno facilmente messe in discussione nei momenti di tensione; quando invece iniziamo a riconoscerle come modi più intelligenti di lavorare, come soluzioni che aumentano la qualità del sistema, allora diventano standard e smettono di essere percepite come eccezioni. Le persone con vincoli più forti funzionano in questo senso come cartine di tornasole: se un processo è davvero robusto, regge anche per loro; se non regge, non è un problema loro, ma un segnale che quel processo è fragile.
Forse, allora, la vera lezione dell’articolo non riguarda tanto le vasche da bagno, ma la  capacità di leggere i vincoli non come fastidi da gestire bensì come leve di innovazione. L’inclusione non è soltanto una questione etica o reputazionale, ma una questione di qualità del design organizzativo, cioè della nostra capacità di costruire sistemi che funzionino in condizioni reali e non soltanto ideali. La sfida, in questa prospettiva, non è come possiamo accomodare una diversità, ma che cosa quella diversità ci sta insegnando su come lavoriamo; ed è nel momento in cui iniziamo ad affrontare seriamente questa sfida che l’inclusione smette di apparire come un costo e inizia a rivelarsi per ciò che può essere davvero: una strategia.

Copyright © 2025 Adele Mapelli

Privacy Policy

Cookie Policy

Privacy Policy